Non è uno scherzo, è un venerdì.
Cosa fai?
Pensavamo di fare un reading io e Bicio, per salutare Bicio che poi parte per la Germania.
Lo faremo a Forlì.
Di sicuro ci saremo io e lui che suoniamo e della gente che leggerà delle cose mie nuove che sicuramente non avete mai sentito e probabilmente finiranno nel libro nuovo.
Poi magari leggiamo anche degli scrittori bravi.
Intanto, iniziate a tenervi liberi venerdì 1 aprile 2011.
Lo faremo al Basso Investimento: se sei di Forlì lo conosci benissimo e se non sei di Forlì è il primo posto in cui ti porterei a bere.
Iniziate pure a dirmi se ci siete, se non ci siete, se quella sera succedono altre cose che mi sono dimenticato, se volete venire a leggere, o a suonare, adesso capisco chi c’è e magari mi invento pure un titolo spiritoso.
Archivio tag: il punto non c’è.
coi mignoli rosa
Dell’inspiegabile attrazione di Marta per le canzoncine idiote, strofa e ritornello, del suo indice sinistro che non si vergogna a rimettere la traccia numero tre dall’inizio, ancora, strofa ritornello strofa, ancora, strofa ritornello strofa, e poi ancora, strofa ritornello strofa, e poi anche basta, ah, la seconda strofa, il ritornello si ritira e la canzoncina si richiude e torna, timida, piccola, la prima melodia che hai sentito, ah, che pace l’arrivo della seconda strofa, che quadratura, che sicurezza.
La seconda strofa è il vero ritornello perché l’etimologia è una scienza esatta: si chiama ritornello perché ritorna, si capisce. Ritorna la melodia, è importante la melodia, ma più importanti sono le parole, e la seconda strofa è il momento in cui la melodia perde un po’ della sua importanza, Marta la ascolta con meno attenzione perché la conosce già, è come la strada di casa mia, ogni tanto Marta si sbaglia e guida sovrappensiero e imbocca il vialetto e dice Ma io qui non ci volevo mica venire più.
Il cantant-autore della canzoncina è sveglio e lo sa che l’attenzione di Marta calerà al ritorno della melodia della strofa: si vergogna, in fondo, il cantant-attore, a ri-cantantare le stesse note, e allora fa la mossa, il guizzo, lo scarto, scarto nel senso calcistico di dribbling, il tunnel di una frase precisa e irriverente che si appoggia sulla linea melodica che Marta ha già sentito, ma le dice una cosa nuova, o una cosa vecchia in modo nuovo, o una cosa vecchia ma talmente vecchia che non te la ricordavi più, Marta, ti basta una piccola novità, anche finta perché tanto sei disattenta, e la seconda strofa uguale e diversa e migliore, diciamolo, la seconda strofa è la cosa migliore che può succedere in una canzone con strofa e ritornello.
Poi ci sarebbe il bridge, il ponte di Londra, ma è crollato, my fair Lady.
La distanza tra lo stato del New England e lo stato del Maine, il freddo che fa (da) quando dormo più largo e le ciminiere rosa che nemmeno loro riescono a tenermi lontano da te, Marta: ogni tanto ci sono canzoni come questa, come pink chimneys, ciminiere rosa in cui la seconda strofa è uguale alla prima, nella musica e nelle parole, uguale, la seconda che è uguale alla prima che è uguale alla terza, sono tutte uguali le strofe, anche i ritornelli sono sempre uguali, uno e uno, strofa ritornello strofa, e la seconda strofa non si degna nemmeno di cambiare le parole, e l’indice sinistro di Marta che non si vergogna, e il ritornello ritorna uguale come uguale ritorna la strofa, tutti ritornelli, che pace, che circolarità, che sicurezza.
Un’analista strutturalista ti direbbe che non serve cambiare le parole: è la posizione che pre-determina il valore: un trono è un trono e qualsiasi culo può diventare Re, o Presidente, o Papa, e infatti si parla di posizioni vacanti quando c’è un regicidio o un attentato o qualcosa del genere: le posizioni di potere, le cariche, le cariche rimangono cariche anche quando sono vuote, stanno lì a pre-determinare il valore del prossimo Re o Presidente o Papa, e la posizione della seconda strofa, diciamolo, è la posizione migliore che si può occupare in una canzoncina con strofa e ritornello. Il trono il ritornello Marta rintronata che vabbeh sono capaci tutti ad affermare la propria diversità in un mondo che ci vuole uniformi: il numero da circo è ripetersi ostinatamente uguali proprio là dove tutti si aspettano la variazione, lo scarto, il tunnel. E invece i comignoli rosa vanno dritti come due binari, però verticali, distinguibili, però uguali.
Our coffe stains and dusty coughing dice poi quel disco lì, le nostre macchie di caffè e la nostra tosse polverosa, Marta, lo sai di cosa sto parlando, lo sanno tutti.
Tabacco formaggio pomodori insalata zucchero caffè biscotti mezzo bicchiere di vino rosso acqua spaghetti uova zucchine: ogni tanto Marta si fa un elenco delle sostanze che ha assunto nelle ultime quindici-diciotto ore e sembra sempre una lista della spesa, tipo due-tre euro di roba, una volta ha fatto il conto preciso e venivano due euro e settanta. No, non è vero, Marta non ha mai fatto un conto preciso in vita sua.
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a settembre pensavo di fare un libro così.
minerale
Quel che è oro, quel che luccica, gli occhi pallati e gli avvoltoi che mi girano intorno. Non sono sicuro di potermi muovere, ho la bocca secca e credo che se provassi a respirare offenderei qualcuno.
Mattinata arrogante in cui ne penso tante e appena le penso volano via ad ali spiegate e sulla bocca mi rimane questo saporino di sconfitta. Sai cosa? Vorrei essere creta nelle tue mani, come nei Salmi, vorrei che tu capissi che la Gloria è una cosa silenziosa e che mi trattassi come creta, mica come fango.
(le persone come noi non sanno nemmeno dove stia di casa questo cosiddetto modo facile)
Come quando t’imbatti in un tramonto di sangue e pensi che ti sei venduto l’anima per mandare via la pioggia. Dio, è passato tanto di quel tempo dall’ultima volta in cui sono stato dritto con la schiena. Le persone come noi sanno che la pace è solo il rifiuto di ammettere che ci hanno fregato.
(e ti racconti le bugie per addormentarti)
Facciamo un giro in macchina, dici, così ti asciughi i capelli. E io non posso guardarti mentre guido e allora l’unica cosa che guardo sono le goccioline del liquido detergente dei tergicristalli che si allontanano verso l’alto, mentre tu prendi le tue paure e le pieghi come fogli di carta e ne fai aeroplani che lanci fuori dal finestrino, tra gli alberi.
(ho una cosa dirti e questa cosa è: Non andartene)
Ho fatto un sogno con il cielo blu e i prati verdi e una strada bianca su cui lasciavo tracce di sangue e tutti mi guardavano ma io non mi vergognavo: più che tracce erano lacrime, come le madonne tarocche, ma nemmeno nei sogni mi vergogno di piangere, no, e poi erano lacrime di gioia, credo. Da qualche parte dovrò pur iniziare, mi sono detto, e ho deciso che questa è la mia parte, la mia partenza, con me partirò e quando arriverò mi metterò nudo in cima a uno scoglio e mi guarderò indietro e sputerò sulla tomba del mio orgoglio trapassato e mi prenderò in giro da solo.
(non avrò più rispetto)
L’estate si srotola come una tapparella e tu sei qui – come sempre – a fissare il vuoto azzurro tra i rami degli alberi, poi viene la sera e fai addormentare le mie paure cantando.
Ed eccomi qua, a quattordici anni, le braccia spalancate come uno spaventapasseri e gli occhi chiusi per sentire il rumore dei tuoi passi e paragonarlo, boh, a quartetto d’archi.
(e tu che mi tiri su dal prato e mi dici Per Sempre in un orecchio, piano, come un segreto)
Quel giorno è come se fossi morto.
Troppo orgoglioso per sperare, troppo debole per arrampicarmi: ma a chi la racconto? Non riesco a prenderti in giro e tu mi fai due buchi così nelle guance a furia di fissarmi e speri che prima o poi il mio cervello ricominci a funzionare come quando ero bambino ed eri così orgogliosa di me.
(ti basterebbe appoggiare un orecchio sulle mie costole per sentire quanto ti voglio bene, e non lo fai)
Ho provato a tenerti stretta tra i miei pensieri, ma i miei pensieri non sono mica braccia, e tu sei scomparsa come scompaiono le onde nel mare, che sono ancora lì, anche se non ci sono più.
E come al solito c’è la fotografia di voi due mentre tornate dalla spiaggia e tu sembri proprio un marinaio con un’ancora tatuata sul braccio e la brillantina nei capelli. Sai, ogni tanto rileggo il biglietto che mi avete scritto quando ho compiuto sette anni e mi viene da dire che il sole non splenderà più come quel pomeriggio in cui ti tiravo gli aeroplani di carta sulla faccia e non ti arrabbiavi e la mamma era seduta per terra e rideva e non aveva mal di schiena.
how blessed we are for crying now
for we will laugh someday
and how
Quando ero piccolo vedevo cose che vedevo solo io, e allora perché sono diventato cieco a trent’anni? E poi sentivo i quartetti d’archi nelle conchiglie, quando ero piccolo, e allora perché sono diventato sordo a trent’anni e non sento nemmeno il rumore del motore della tua macchina che finalmente mi parcheggia sotto casa?
La volta che per Carnevale ci siamo vestiti io da Batman e tu da Robin e la gente ci prendeva in giro perché tu eri quello più alto, ecco, volevo dirti che avevamo ragione noi.